Recensione

Kohlhaas

di Edoardo Conoscenti

Febbraio 13, 2024

Al centro della scena soltanto una sedia. Un uomo entra e si siede. Dice: “Tanti anni fa in terra di Germania viveva un uomo di nome Michele Kohlhaas, allevatore di cavalli”. Non è solo un uomo, ma qualcuno che ha una storia da raccontarci.

Così Marco Baliani prende con poche mosse l’attenzione dello spettatore e ci trasporta nella Germania del 1500, nella proprietà del dedito allevatore di cavalli che risponde al nome di Kohlhaas. Tre i recinti più di cento i cavalli, ma due in particolare spiccano per il loro manto e la loro fattezza tra le altre bestie. Due morelli, dalle gambe esili ma forti. Paiono, agli occhi di Kohlhaas, due gioielli. E quando vengono presentati questi due cavalli di razza già si intuisce che saranno proprio le due bestie a innescare la storia.
Una storia che ha molti personaggi, ma una sola voce che li interpreta magistralmente. Baliani cambia, muta: ora servo, ora re, al trotto o in una casa, o tra le mura del palazzo. Ma non si sposta mai da quella sedia.

Il teatro di San Pietro in Vincoli, sold out, con la sua architettura intima sembra fatto apposta per rappresentazioni come questa. Qui l’attore dà delle coordinate spaziali molto precise. Indica, vede e fa vedere, riuscendo così a dare tridimensionalità e profondità a una scenografia essenziale per non dire inesistente. E grazie all’essenzialità non ci si smarrisce mai, si va con l’immaginazione, ovunque lui voglia portarci.

Kohlhaas è un adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Heinrich Wilhelm. È la storia realmente accaduta del sopruso del barone von Tronka verso il protagonista, che con un inganno prende i suoi due morelli e bastona il suo servo. È una storia sulle dinamiche di potere, sui potenti e sui deboli, ed è certamente una storia sulla giustizia, sui suoi tempi e i suoi limiti. Kohlhaas, passo dopo passo, farà tutto il giro del cerchio, da vittima volenterosa di un processo giusto (e il mondo cercherà di farlo desistere, in fondo sono “soltanto due morelli”) a giustiziere, ribaltando la sua condizione e anche la nostra, che godiamo con lui per le vittorie, per la vendetta, finché assieme a lui apriamo gli occhi inorridendo per ciò che ci faceva gioire.
Tutto questo è teatro di narrazione. Pochi elementi, personaggi perfetti perché resi inconfondibili, e il paesaggio che si crea attorno a noi. Al centro un fuoco che arde, la storia, alimentata con esperienza da un Baliani impeccabile. Guardando lo spettacolo si ha l’impressione che Kohlhaas sia monologo immortale.
L’adattamento teatrale di Marco Baliani e Remo Rostagno sarebbe potuto essere ugualmente intenso nel XVI secolo così come lo è oggi e come sarà in futuro. Perché parla dell’umano senso di ingiustizia e impotenza verso il più forte, e del capovolgimento di fronte, del confondersi dei torti e delle ragioni, che accompagnano la società dai suoi albori. E lo fa nel modo immortale per eccellenza: raccontando.