Recensione

di Mariateresa Mancuso

Marzo 22, 2024

Nebbia, luci soffuse e una donna di spalle che ci racconta una fiaba. Quella della castellana, che aspettò invano il ritorno del suo amato cavaliere, finendo per morire senza aver vissuto, perdendosi addirittura la crescita dei suoi figli.

A quel punto, la donna si gira verso di noi: “Io sono stata più fortunata, mio marito tornava ogni sera.” Anche lei vive in un castello. In una stanza al piano più alto, al quale si può accedere solo con “la chiave dell’ascensore”.

Durante la giornata, le piace passeggiare nella foresta. Un giorno, un guardiacaccia la incontra tra i sentieri e le regala un mazzo di fiori. La donna, incrociando il suo sguardo, prova una sensazione di sollievo, ma è proprio quel conforto a farle paura.

Così, scappa e racconta al marito dell’accaduto. “Facciamo così, dammi la chiave dell’ascensore, così nessuno potrà salire a disturbarti.” La donna non può più fare le sue passeggiate nella natura, si annoia. Se ne lamenta con Claude, il marito, il quale le risponde: “Cammina nella stanza!”

Ma questo camminare nella sua piccola camera, guardando le foglie degli alberi al di là della finestra, con la consapevolezza di non poterle più avere tra le dita, la porta a sviluppare un fastidio ai muscoli delle gambe, un fastidio sordo, ma persistente. Claude, questa volta, chiama un medico: “Un piccolo intervento e ti sentirai meglio.” E si spengono le luci.

Appare un alone rosso dietro la donna. È seduta in un angolo della stanza. Capiamo che sta su una sedia a rotelle quando si muove verso il centro della stanza. Ci guarda: “Ha ucciso i miei nervi, non sento più niente.”

Da qui in poi un’escalation di eventi: la donna continua ad avere fastidi, prima un ronzio nelle orecchie, poi le fanno male gli occhi. Il corpo che esprime disagio, quando la mente continua a negarlo. Claude arriva a toglierle l’udito, poi la vista.

Infine vuole toglierle la voce. Ma qui la donna si ribella, finalmente, e pugnala il marito con lo stesso bisturi del medico che vuole reciderle le corde vocali. La voce no, perché anche se lei ora non può sentirla, qualcun altro potrà farlo.“Mi sentite?” Ed è una domanda rivolta a tutti noi, che guardiamo attoniti la mano della donna che ci fa un cenno, come a dirci “sono qui”.

Protagonista di questa meravigliosa pièce è Anna Paola Vellaccio, attrice e interprete nella storia dell’ennesima donna vittima di abuso. Hanno avuto un ruolo fondamentale anche le luci e i suoni. In diverse occasioni, la voce dell’attrice assumeva il riverbero di un’eco, simbolo della solitudine, la sua voce che sbatte contro le pareti di quella stanza.

A sottolineare l’atrocità di questa storia, come emblema ed esasperazione di tutte quelle che invadono la nostra cronaca quotidiana, c’è la voce stentorea di Agota Kristof, da sempre caratterizzata da una sintassi cruda, che ci racconta solo l’essenziale.